Bellezza

bellezza /bel·léz·za/ s. f. [der. di bello].

La qualità capace di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione. Costituisce oggetto o motivo di grande ammirazione e compiacimento.

Scorrendo alcuni vocabolari sul web, ho sintetizzato in queste due frasi il significato, che viene indicato per la parola “bellezza”. Aggiungo che, al di là di questa definizione, associabile perlopiù al senso comune, o – in altri termini – ai sensi dei singoli individui in sé, la bellezza è anche uno dei codici binari (bello/non bello), che orienta la comunicazione nella società; nello specifico, la comunicazione artistica, ed in questo contesto, ciò che è bello viene a definirsi in modo diverso, rispetto a quanto definito sopra.

Dico questo, perché dal punto di vista del sistema dell’arte, nella sua forma, la “bellezza” è una condizione che cambia nel tempo e che si afferma in detta comunicazione, tra le altre cose, soddisfacendo il carattere dell’innovazione creativa, che l’arte necessariamente assume come suo specifico. Risulta quindi difficile che queste forme possano “appagare l’animo attraverso i sensi” della maggior parte degli individui, così, tout court, come ci lascia pensare la definizione con cui ho aperto questo post.

Nel tentativo di fare maggiore chiarezza, e sperando di riuscire in questo intento, entro più nello specifico facendo riferimento alla fotografia e utilizzando mie fotografie.

Certe mie fotografie, infatti, sono capaci di appagare l’animo di certi individui attraverso i loro sensi mentre altre, che intendono partecipare alla comunicazione artistica in ambito fotografico, meno. Necessariamente – almeno in prima battuta – queste diverse forme non producono la stessa ammirazione e compiacimento, ma credo possano dirsi fotografie artistiche.

Ci sono fotografie che soddisfano l’animo altrui, toccando i sensi, solo perché evocano percezioni conosciute in precedenza; perché entrate a far parte di quegli individui, come una sedimentazione culturale. Altre, invece, soddisfano criteri di artisticità, e in questo senso sono “belle” fotografie, senza che quegli stessi individui vengano necessariamente appagati, per ammirazione e compiacimento, osservandole.

Per “criteri di artisticità” intendo quei principi, che sociologicamente vengono osservati nel definire una comunicazione artistica e traducibili in “un approccio rigorosamente creativo”: 1) porre domande anziché cercare risposte; 2) dedicarsi consapevolmente alla costruzione, anziché cercare l’oggettività; 3) elaborare una teoria e un metodo che consentano di assegnare significati alle domande e alle costruzioni; 4) osservare dalla prospettiva del secondo ordine; 5) la ricerca di una forma della complessità, cioè di una logica delle scelte.

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Fotografie come questa, che a mio parere non soddisfa i criteri di artisticità appena descritti, non rispondendo ad un approccio rigorosamente creativo ed innovativo, non sono “belle”, nell’accezione della comunicazione artistica, anche se vengono riconosciute come “belle” da molti individui, per i quali risultano essere appaganti nella percezione e meritevoli di contemplazione e ammirazione.

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Mentre invece, fotografie come queste trovano un più limitato, ma specifico consenso di pubblico (e non soddisfano la definizione di “bellezza” – da vocabolario – per molti altri individui), sebbene per quel più limitato, ma specifico pubblico rispondano ai cinque requisiti richiesti da un approccio rigorosamente creativo ed innovativo, che caratterizza una comunicazione artistica, quindi la “bellezza” nell’arte.

Non so se sono riuscito ad esprimere con chiarezza quella che in me è una distinzione fondamentale, tra ciò che piace (quindi è bello) e ciò che è arte (quindi bella, in altro modo).

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Bellezza

Progetto Logge

Nel 1989, anno della riunificazione tedesca e della caduta del muro che aveva diviso per lungo tempo in due la città di Berlino, Walter Gasperoni, artista ed allora curatore della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea della Repubblica di San Marino, organizzò una mostra per il Progetto Logge dove vennero esposte opere di tre artisti nati nei primi anni ’50, provenienti da quella che era stata la Germania dell’Est: Clemens Gröszer, Harald Schulze e Norbert Wagenbrett.

Si trattava di opere pittoriche figurative dallo stile verista, facenti riferimento ad un certo Espressionismo tedesco ed alla Nuova Oggettività degli anni ‘20, il cui soggetto erano gli esseri umani; una vetrina di ritratti della società tedesca dell’Est di quegli anni.

Abitavo a San Marino da pochi mesi ed andai a visitare quella mostra, come era mi consuetudine fare. Le opere esposte mi colpirono profondamente. Ebbi la percezione che si trattasse di una comunicazione volta a riflettere sull’Umanesimo e sulla necessità di continuare ad osservare l’uomo in questa prospettiva, in un momento storico in cui questa forma culturale stava perdendo di rilevanza sociale. Ero rimasto molto sorpreso dal fatto che una simile proposta artistico-culturale arrivasse da un piccolo Stato, perlopiù conservatore e chiuso in sé stesso. Decisi così di portare a valore questa mia esperienza realizzando in quel contesto ed elaborando successivamente delle fotografie sulla mostra; fotografie che potessero dar seguito a quella comunicazione artistica, attraverso una mia riflessione personale.

Progetto Logge

In passato, ho svolto studi sociologici, che hanno co-determinato il mio pensiero attuale sull’arte. Oggi, intendo l’arte come una specifica forma di comunicazione, che costituisce uno dei sistemi della società contemporanea, funzionalmente differenziata. L’arte, quindi, da questo punto di vista, svolge una delle funzioni della nostra società e le opere d’arte sono delle forme di comunicazione (visuale), che prendono origine da precedenti comunicazioni artistiche a garanzia dell’esistenza del sistema dell’arte.

Parlando di arte intendo quindi una determinata forma di comunicazione; una specifica azione sociale riguardante la distinzione bello/non bello, che si realizza nella sintesi di un’emissione d’informazione che viene compresa. Affinché si realizzi la comunicazione, infatti, non è sufficiente che venga emessa informazione, come invece molti pensano, ma è necessario che venga compresa la distinzione fra queste due forme di selezione (emissione e informazione). La comprensione, in questo specifico caso dell’arte, consiste nella percezione, agita visivamente, della differenza tra l’emissione operata dall’artista e l’informazione presente nell’opera. Tale percezione può assumere due forme: quella dell’osservazione di primo ordine o quella dell’osservazione di secondo ordine. La prima di queste consiste in una osservazione diretta, lineare, di presa d’atto di ciò che viene percepito, mentre la seconda intende essere una riflessione sull’osservazione di primo ordine (l’opera d’arte, la comunicazione); un’osservazione di osservazione.

Si può dire quindi che una comunicazione, che prende origine dalla percezione di un’opera d’arte, nel caso assuma anch’essa una forma visuale (una nuova opera), come è avvenuto nel mio caso, con la produzione di fotografie, si tratterebbe di osservazione di prim’ordine nel caso si trattasse di semplici fotografie documentative e descrittive, indicali, della mostra e delle opere di cui trattasi, oppure di osservazione di second’ordine, se tali fotografie assumessero la forma dell’arte, nella forma di una riflessione sull’opera (comunicazione) osservata.

Fatta questa premessa, ecco le opere fotografiche che realizzai

H.Schulze

Io con modella

N.Wagenbrett

Norbert W

Visitatrice

Progetto Logge

Ferragosto

Il termine Ferragosto deriva dalla locuzione latina Feriae Augusti (riposo di Augusto), perché indica una festività istituita dall’imperatore romano Augusto. A quel tempo, consisteva in un periodo di riposo e di festeggiamenti, che traeva origine dalla tradizione delle feste, che celebravano la fine dei lavori agricoli e che venivano dedicate al dio della terra e della fertilità. L’antico Ferragosto aveva anche lo scopo di collegare le principali festività agostane in modo da fornire un cospicuo periodo di riposo, che si rendeva necessario dopo le fatiche profuse durante le settimane precedenti.

La festa originariamente cadeva il primo di agosto. Lo spostamento si deve alla Chiesa cattolica, che volle far coincidere la ricorrenza laica con la festa religiosa dell’Assunzione di Maria.

La tradizione popolare della gita di Ferragosto nasce invece durante il ventennio fascista. A partire dalla seconda metà degli anni Venti, nel periodo ferragostano il regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, delle gite popolari, grazie anche ai “treni popolari di Ferragosto”, che offrivano prezzi agevolati per tutti. Durante queste gite popolari la maggior parte delle famiglie italiane ebbe per la prima volta l’opportunità di andare al mare, in montagna e di visitare le città d’arte. Nondimeno, dato che le gite non prevedevano il vitto, nacque la collegata tradizione del “pranzo al sacco”. Il giorno di Ferragosto viene tradizionalmente dedicato, sin da allora, alle gite fuori porta, con pranzi al sacco e, dal momento che cade nella stagione estiva, rinfrescanti bagni al mare, nei fiumi o nei laghi.

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Ormai cinque anni fa trascorsi il giorno di Ferragosto a Marina di Ravenna, ma non per bivaccare o riposarmi e nemmeno per bagnarmi o prendere il sole in spiaggia. Non amo queste cose. Andai con l’idea di fotografare. Arrivato sul posto abbastanza presto la mattina, vidi che tutte le auto in arrivo stazionavano in prossimità del mare, lungo la strada, e le persone si dirigevano esclusivamente verso la spiaggia. Decisi di fare dei ritratti a queste persone, come quello della ragazza che ho inserito all’inizio della mia serie di fotografie. Scattai queste fotografie a colori, il mattino, appunto, mentre l’ultima fotografia inserita nella serie, la realizzai sempre a colori nel tardo pomeriggio, prima di andarmene, quando le persone rientravano dalla spiaggia verso le auto. Detto questo, però, devo specificare che non realizzai l’intero mio lavoro fotografico in spiaggia, ma in un luogo che mi garantì una minore frequentazione umana.

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A Marina di Ravenna, così come lungo tutto il litorale ravennate, infatti, c’è anche una pineta che risale all’epoca imperiale romana, quindi coetanea al Ferragosto, dove ci sarebbe anche la possibilità di bivaccare all’ombra dei pini, anche durante questa giornata, nel caso si prediliga il verde al mare. Io sono tra questi, così, dopo aver osservato e anche fotografato la gente orientata verso la spiaggia, mi recai in pineta e le dedicai l’intera giornata per fotografarla nel silenzio, con le piante che mi riparavano dal sole.

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Decisi di fotografare in bianco e nero, perché ritenni che, a differenza di quello trascorso in spiaggia, il Ferragosto in pineta, a due passi dal mare, fosse molto meno probabile e realistico, come constatai di persona quel giorno, quindi piuttosto una mia astrazione, un estraniarsi dalla realtà. Realtà che al contrario concepiamo a colori.

Quelle che troverete sono alcune delle immagini realizzare in bianco e nero durante il mio Ferragosto 2014, con solo una prefazione e una postfazione a colori.

Ferragosto

Ogni due anni

Ogni due anni ho un impegno con l’amico Jean Franco. Intraprendere un viaggio insieme, per condividere cinque o sei giorni da dedicare alla fotografia e alla nostra amicizia. Quest’anno era lui a dover decidere dove andare, così, nel periodo di Pasqua, siamo stati a Tirana, in Albania. Oggi, però, intendo raccontare il viaggio precedente, quello di due anni fa, quando fui io a decidere di andare in Sicilia, a Piana degli Albanesi, sempre durante la settimana di Pasqua.

Non avevamo alcun contatto personale in quella città, così mi affidai ad una ricerca su internet per conoscerla. Ne avevo sentito parlare solo vagamente, per la sua storia singolare e ne ero rimasto colpito, ma ero allo scuro su ogni altra cosa. Su Facebook trovai “Piana Albanesi ieri ed oggi community”, un Gruppo chiuso a cui chiesi di potermi iscrivere, ma in un primo momento non ricevetti risposta. Tra le persone iscritte c’era una studentessa della facoltà di Architettura e Urbanistica dell’Università di Palermo a cui scrissi presentandole il nostro progetto di visitare Piana e di fotografarla. Le chiesi di raccontarmi la storia di questo luogo, così da poter conoscere quanto necessario, prima di progettare il nostro intervento fotografico.

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Tra noi ci fu un utile scambio di e-mail, che entrarono nello specifico della storia di questo paese e dopo questo nostro contatto venni anche ammesso al gruppo su Facebook, così ebbi l’opportunità di visionare tantissime fotografie, di oggi, ma soprattutto dei tempi passati, oltre a conoscere (virtualmente) altre persone del gruppo. Soprattutto persone, che ora non vivono più a Piana degli Albanesi, ma che sono molto legate alle proprie radici e alle tradizioni locali. Così ho scoperto che tra le festività più celebrate c’era anche la Settimana Santa, che porta alla Pasqua e decidemmo di andare in quei giorni.

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Arrivammo all’aeroporto “Falcone e Borsellino” di Punta Raisi, Palermo, la mattina presto e con una navetta ci trasferimmo a Palermo città, dove avremmo finalmente conosciuto Lorena, in carne e ossa. Si era resa disponibile per venirci a prelevare e per condurci a Piana, dove avevamo prenotato una camera d’albergo. Facemmo conoscenza e ci scambiammo i saluti sulla strada, dove era previsto il nostro incontro, e durante il tragitto verso Piana scoprimmo di aver avuto una enorme fortuna, perché Lorena era la persona migliore che avremmo potuto incontrare, sia per le competenze tecnico logistiche e storiche che possedeva su Piana degli Albanesi, ma soprattutto per la squisita personalità, singolare e di grande umanità, che abbiamo potuto conoscere ed approfondire nei giorni a seguire. Arrivati a Piana siamo stati accolti come delle persone di famiglia e così siamo stati trattati per tutti i giorni della nostra permanenza. Depositati i bagagli, con Lorena abbiamo subito fatto una prima ricognizione nel paese, così da capire come ci saremmo potuti organizzare per realizzare la nostra rilevazione fotografica.

Nello svolgere questo piccolo tour si fece l’ora di pranzo e la nostra “guida” ci invitò a conoscere una trattoria locale, che a suo dire proponeva una cucina di buona qualità. Carlo e Adriana furono il nostro secondo splendido incontro, anch’esso un incontro molto fortunato, per la cordialità, l’accoglienza e la loro simpatia, ma soprattutto perché ci hanno permesso di conoscere la loro singolare cucina e un sugo ai pistacchi “favoloso”. Quella trattoria, quando non eravamo ospiti a casa di qualche nuovo amico arbëreshë, rimase per tutto il tempo “la nostra cucina” di Piana degli Albanesi.

Lo sguardo che ha orientato il mio lavoro fotografico venne a concentrarsi primariamente sulla struttura del paese, l’architettura urbana, che tentai di osservare con un occhio paesaggistico, ma anche con un interesse socio-antropologico. Uno sguardo che tentai di far dialogare con le fotografie che realizzai durante la full immersion nelle funzioni religiose, che vennero a susseguirsi dal giovedì alla domenica di Pasqua, da cui mi feci coinvolgere totalmente.

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Il bianco gessoso nei toni del bianco e nero è stata la mia scelta, come cifra stilistica. Restituiva perfettamente la mia percezione degli edifici e degli scorci tra le vie del paese, ma anche del paesaggio circostante, quello dei monti ruvidi alle spalle del paese e delle piante che dialogavano con essi.

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Si tratta di una terra dove il popolo arbëreshë venne autorizzato ad insediarsi, quando arrivò in Sicilia, nel 1487. Venne detto loro che avrebbero potuto costruire le proprie abitazioni in questo luogo, ma non venne fornito loro alcun aiuto per farlo. Riuscirono nel proprio intento, anche se in un primo momento tentarono di insediarsi sul monte Pizzuto, che sovrasta l’attuale città; poi desistettero per ragioni climatiche e scesero nella piana, sulle falde della collinetta Sheshi, dove si trova l’attuale Piana degli Albanesi, già Piana dei Greci, e dove per tutti questi anni vissero come in un’isola, all’interno dell’isola siciliana, molto chiusi nelle proprie tradizioni e tra le proprie genti.

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Il bianco e nero traduce anche i colori sfavillanti degli abiti tradizionali con cui si vestono, in particolare le donne, per partecipare alle funzioni religiose. Rosso, verde e celeste, oltre ai ricami in oro, al bianco e al nero. Dicevo, perlopiù sono le donne a vestirsi, ma non solo. La vestizione, in particolare la prima, per una ragazza è un onore e tutta la famiglia la supporta e l’assiste, in quello che è un vero e proprio rito di iniziazione: prima l’abito e poi i gioielli. La Pasqua Albanese, o Pashkët Arberëshe, è infatti una festa religiosa particolare per la complessità dei riti, la sontuosità e la raffinatezza dei paramenti sacri e degli abiti femminili e viene vissuta dagli abitanti di Piana molto intensamente per tutta la Settimana Santa. Costituisce il momento più importante e noto di Piana degli Albanesi; un’occasione in cui ogni arbëreshë ritrova le proprie radici, consapevole del valore del patrimonio religioso e culturale della propria comunità.

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A questa intensità religiosa si veniva ad affiancare, quantomeno negli anni passati, un forte impegno politico, che vedeva il Partito Comunista primeggiare a Piana in un periodo storico che in Sicilia era dominato politicamente dalla Democrazia Cristiana.

Concludo rinnovando il mio ringraziamento a tutti coloro che a Piana degli Albanesi mi hanno accolto e vissuto in quei giorni come fossi uno di loro, lasciando in me un segno indelebile, di amicizia e riconoscenza.

 

 

 

Ogni due anni

Intruso

intruso / in’truzo / s. m. [part. pass. di intrudere] (f. -a). – [che si è introdotto dove non dovrebbe essere: cacciare gli i.] ≈ infiltrato. ‖ estraneo, sconosciuto. ↔ ‖ invitato. [⍈ ESTRANEO]

intruṡo s. m. (f. -a) [part. pass. di intrudere]. – che si è introdotto o si trova in luogo dove non dovrebbe essere, cui è estraneo, o che gode di un beneficio cui non ha diritto. Nel diritto canonico, era denominato i. chi s’impadroniva del beneficio ecclesiastico senza la provvisione canonica.

intruṡióne s. f. [der. di intrudere]. – 1. L’intrudere o l’intrudersi; introduzione, inserzione forzata, indebita, irregolare o furtiva, di chi senza diritto, senza merito o comunque non invitato o non gradito entri a far parte di un ambiente, di un gruppo di persone, s’inserisca in un’attività, e simili. 2. a. Con riferimento a cose materiali, penetrazione, infiltrazione di un corpo in una massa, e il corpo stesso che vi è penetrato. In particolare, con senso concreto, il termine è usato in petrografia per indicare masse magmatiche che si infiltrano nelle rocce sovrastanti, o anche, meno propriamente, rocce sedimentarie plastiche, deformate nella loro giacitura originaria in seguito a corrugamenti o ad altre cause tettoniche, che emergono tra formazioni più rigide di età più recente. b. Di cose astratte, interpolazione arbitraria, inserimento indebito.

intrusione / intru’zjone / s. f. [der. di intrudere]. – 1. a. [di persona, il penetrare in modo forzato o indebito in un luogo, anche con la prep. in: i. di un ladro in casa] ≈ infiltrazione, (non com.) intrufolamento. ‖ (non com.) introduzione, penetrazione. ↔ uscita (da). b. (estens.) [intervento per lo più indebito o molesto] ≈ [→ INTROMISSIONE (2)]. 2. (geol.) a. [il penetrare in una massa] ≈ infiltrazione, penetrazione. b. [massa magmatica che si infiltra nelle rocce sovrastanti] ↔ estrusione.

A volte diciamo: “è la natura!”, per dire che esistono forme di realtà rispetto alle quali la nostra volontà, la ragione, le norme sociali e i processi culturali non sono dominanti, né determinanti; forme di realtà, che non rispondono alla logica del senso, di cui invece è dotato il pensiero e anche la società. In natura, si presume vengano a prodursi accadimenti, che si autodeterminano biologicamente o attraverso processi chimico-fisici, che rispondono all’identità della vita/non vita.

Nonostante ciò, nell’ordine delle cose che si sono venute a determinare in questo nostro mondo, si pensa di poter controllare e determinare tutto, compresa la cosiddetta “natura”, quando invece scopriamo che s’intromettono, s’infiltrano, s’intrufolano, s’introducono, penetrano, si creano ingerenze, interferenze, intrusioni, invadenze, inframmettenze che contravvengono o si contrappongono a questo nostro ordine.

Ecco perché sono portato a credere che “in natura” esistano delle forze, che determinano in modo autonomo accadimenti non scelti, non decisi e, spesso, anche non desiderati dai sistemi dotati di senso; delle realtà che si vengono a determinare a prescindere da una volontà altra, da delle scelte, e che rispondendo soltanto a delle forze di autodeterminazione orientate alla vita, attribuiscono loro anche un valore di senso, nel sistema sociale e nei sistemi psichici.

Io, ho inteso farlo attraverso una comunicazione artistica, portando all’attenzione visiva un mio punto di vista “estetico”, che ho raccolto in un libro pubblicato nel 2017 da Pazzini Editore.

Intruso

In occasione del SiFest di Savignano sul Rubicone FC dello scorso anno ho presentato questo mio libro al pubblico ed ora lo presento a voi, mostrandovi le fotografie che raccoglie.

A distanza di anni, nel 2019 ho ripresentato al pubblico questa pubblicazione in due occasioni: a Forlì, presso la Libreria di Arte contemporanea “marmo” e a Rimini presso lo spazio espositivo di “Speakspace”.

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Intruso

Insieme ad Irene, scambiando parole.

Irene _ Osservando il tuo “stare” con la fotografia nel tempo, un po’ alla volta, ho aggiunto, tolto, elaborato considerazioni sul tuo modo di viverla e di praticarla. Mi viene da dirti che riconosco quattro dimensioni che ti contraddistinguono: (1) del pensiero (la mente) che sia profondo, personale, critico, culturale (dimensione potente dentro di te); (2) della parola – spesso scritta – (comunicazione e confronto) che ami molto ed usi per descrivere ed entrare in relazione attraverso strumenti culturali fini ed una conoscenza ampia e precisa; (3) della ricerca che ti spinge ad essere curioso e ad esplorare anche nuove idee (non per forza tue); (4) delle immagini,  ovvero della Fotografia, la tua forma scelta per tracciare percorsi personali.

Tutte queste dimensioni si intrecciano continuamente, a volte qualcuna prende il sopravvento su altre, altre volte riescono a trovare un equilibrio tra loro e a bilanciarsi. Anni fa, quando ebbi l’occasione di conoscerti attraverso il progetto sul fiume Marecchia, da te proposto, dove il tuo sguardo sulle fotografie era mediatore e restituiva osservazioni e riflessioni critiche/costruttive sul materiale che mano a mano si condivideva e si produceva, rispetto a te mi chiesi come si riuscirà ad usare la fotografia come personale strumento di libertà creativa pur essendo esperti di comunicazione visiva?Dove il limite, dove la risorsa? C’è una corrispondenza o una non corrispondenza tra l’immagine realizzata e il pensiero elaborato dietro a quell’immagine? O forse dovrei chiederti … considerate le tue ampie conoscenze ed attitudini ad analizzare le immagini, c’è un pensiero elaborato dietro ad ogni immagine che scatti?

Marco _ Vedo che hai preso sul serio la mia proposta di scambiare parole. Come ho avuto modo di raccontare in diverse occasioni, ho iniziato a fotografare da autodidatta, con una Kodak Retinette che mi prestava all’occorrenza mio padre e poi, dal 1979, anno in cui decisi di affidarmi alla fotografia, dopo aver avuto l’occasione di fotografare una coppia di amici ed aver ricevuto il loro plauso sul risultato ottenuto (un fatto che mi permise di capire che potevo trovare delle affinità con questo mezzo d’espressione), con una Olympus OM1 che acquistai nel mese di settembre. Avevo vent’anni ed ero dotato di una istintività che mi permetteva di percepire cose senza comprenderne a fondo il motivo ed i significati, così decisi di affiancare ad essa lo studio e con esso una conoscenza più razionale, scientifica. Ti racconto questo per avvicinarmi gradualmente alle tue domande. Quella che tu indichi come la quarta dimensione che mi contraddistingue, in verità è stata la prima, quella da cui sono partito, ed è diventata la mia compagna di viaggio durante quelli che ad oggi sono quarant’anni di vita. La parola ed il pensiero sono strumenti che mi appartengono da sempre, nel senso che ho sempre investito molto su di essi, fino a comprendere che avrei dovuto arricchirli, renderli più performanti, tanto che ho deciso di affidarmi allo studio e alla ricerca della conoscenza, quella che non è nei cromosomi, ma che richiede impegno, dedizione, fatica, anche se piacevole. Se mi fosse interessato fare il fotografo, oppure l’artista, non sarebbe stato necessario, ma io volevo offrire a me stesso la possibilità di vivere scoprendo cose su di me e sugli altri, interrogando il quotidiano in modo non soltanto istintuale, ma anche in modo più consapevole e razionale. Ho deciso di affiancare la fotografia, come strumento, alla mia vita e goderne in tanti modi differenti fra loro. In fin dei conti a me è sempre interessato me stesso, sopra ogni cosa, oltre alla comprensione dell’Altro, sempre per lo stesso motivo. Mi sento vivo se attraverso le relazioni e se posso osservarle nella mia solitudine di uomo, debole, precario, ma anche presuntuoso e a volte arrogante.

La tua prima domanda sottintende l’idea che essere creativi con libertà significhi poter rispondere a quella parte di sé, che si viene ad affermare in modo inconsapevole, “naturale”, a prescindere dalle scelte culturali, che il proprio “sapere” condiziona in modo razionale. Io credo di essermi costruito una expertise sulla comunicazione visiva, a partire da una necessità originaria. Come potrebbero ostacolarsi, quindi, queste due dimensioni? Certo, è fondamentale non perdersi di vista, ma la persona di noi stessi, non è scindibile nelle sue “parti”, mantiene una complessità mutevole nel tempo, che trova forme di attualizzazione contingenti, dovute a scelte personali e al caso, ben amalgamati fra loro. La persona è proprio quel confine fra “limite” e “risorsa” a cui ti riferisci. Ci sono immagini, che a volte diventano fotografie, che esistono già in precedenza, nella mente, oppure che si costruiscono attraverso l’abbinamento strutturale con determinate comunicazioni. Ma ci sono anche fotografie che soltanto dopo essere state prodotte realizzano immagini e significati dentro di me. Si tratta di un continuo scambio, aperto, molto “libero”, disponibile ad essere tale, a prescindere da ciò che potrà produrre. Quindi, no, non c’è sempre un pensiero elaborato dietro ad ogni immagine che scatto, ma ogni fotografia che produco, e che ho prodotto in passato, è stata immagine oppure lo è diventata, in me, per me e, quando tutto va bene, anche per gli altri.

Irene _ L’aperta condivisione dei tuoi lavori e della tua storia così come la creazione di spazi critici sulla fotografia (il sociale) è un’altra parte che ti rappresenta. A me è venuta in mente la parola Contaminazione. E’ come se tu volessi contaminare, ma anche essere contaminato da visioni altre per ridarti forma nuova ogni volta, per ri-apparire a te stesso. Tu come vivi questi processi? Perché è vero, viviamo un contemporaneo dove tutto può essere di e per tutti. E forse anche la tua potrebbe essere semplicemente una modalità attuale di raccontarti … o è qualcosa di più? In un processo sul confine tra il poter modificare la visione delle proprie opere e il riconoscerne e farne conoscere l’esistenza alcune tracce restano, altre magari si trasformano … ti allego un omaggio alla contaminazione ..

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Cosa ne pensi?

Marco _ Non ti assomiglia, ma ti ci ritrovo … ti percepisco attraverso quel volto “pitturato” di ragazza. Se fossimo su FB o su Instagram, cliccherei “mi piace”. Ho sempre pensato che il copyright, al di là di essere una necessità per alcuni “creativi” per tutelare il proprio lavoro (da intendersi come ciò che permette di cibarsi), sia da abolire, dal momento che non credo possa esistere, oggi, un punto zero e tutto quello che produciamo, anche creativamente, necessita di tutto (o di una parte) di quanto è stato fatto in precedenza. Ogni produzione artistica (o creativa) è soltanto una contingenza temporale, che supera altre precedenti contingenze, aggiungendo ad esse qualche cosa, in attesa di essere anch’essa superata da altre contingenze che accadranno già domani. Ben venga quindi questo tuo appropriarti di questa mia fotografia, che ora è un’immagine pubblica, disponibile culturalmente per la creatività di ognuno.

Essere contaminato e contaminare, così come tu definisci il mio procedere, per me significa partecipare a forme ed opportunità di comunicazione il più possibile personalizzate, anche se riguardano tematiche artistiche o specificatamente legate alla fotografia. Solo attraverso la possibilità di abbinare strutturalmente il mio pensiero alla comunicazione mi è permesso di auto-definire e ridefinire continuamente la mia identità personale, come dici tu, ridando forma nuova ogni volta a me stesso, per riapparire a me stesso in un modo che sia continuamente soddisfacente, a prescindere dai contenuti e dalle forme di ciò che appare. Diciamo che questi processi sono il mio modo di vivere e mi appagano, molto, in diverse circostanze, come in altre diventano molto frustranti, soprattutto quando mi accorgo di essere da solo nel perseguire questo approccio.

Irene _ Devo dirti che quando ero più giovane ero infastidita nel sentir parlare di intenti creativi altrui attraverso citazioni legate ad artisti, letterati, filosofi … mi sembrava una forzatura e un dover delineare a tutti i costi tramite tracce conosciute strade invece appena tracciate. Soprattutto mi sembrava un’ostentazione del proprio sapere, che spesso poteva primeggiare a discapito di un valore originale-soggettivo, che l’opera altrui in questione poteva trasmettere nel suo complesso.

Nel tempo ho bilanciato questo pensiero, nel senso che ho capito l’equilibrio fondamentale di tutte queste parti, quella critica/culturale, quella emotiva, quella più semplicemente descrittiva nell’osservare e tradurre un opera o un operato. Ci tengo a sottolineare che in ogni caso ho sempre sostenuto fortemente il sapere, l’approfondimento culturale, ricchezze fondamentali per potersi rendere aperti alla vita, agli altri e a se stessi.

Detto questo la mia domanda “come si riuscirà ad usare la fotografia come personale strumento di libertà creativa pur essendo esperti di comunicazione visiva? Dove il limite, dove la risorsa?” si riferiva in realtà ai due ruoli che inevitabilmente investi, alternandoli o intrecciandoli tra loro, di colui che crea e di colui che analizza e sapientemente “descrive” ciò che viene da altri creato: come essere un critico d’arte ed insieme un’artista per intenderci. Troppo facile? O più difficile?

Nel mio pensiero molto personale, l’arte è la possibilità di arrivare attraverso un percorso mutevole e in movimento all’essenziale.  Io sono per il togliere, per “il poco” … questo è il mio punto di vista, legato al mio senso di ricerca. Quale il tuo?

A proposito, invece, di contaminazioni: la prima tua fotografia rivisitata con acquarello l’ho fatta io. Mentre la dipingevo ogni pennellata era cauta, leggera, come a cercare di non violare troppo la delicatezza che sentivo nei tratti di quella ragazza. La seconda rivisitazione – che personalmente ho trovato sorprendente – l’hanno dipinta insieme le mie figlie di 4 e 5 anni e mezzo.  Quando l’ho vista ha avuto un impatto potente su di me. Successivamente è stato interessante mettere a confronto questi due risultati. Il mio, ottenuto da un modo “pensato”, misurato, (se vogliamo già precedentemente ampiamente contaminato), anche se non sviluppato attraverso precisi obiettivi/intenti. Il loro, ottenuto da un flusso molto più pulito, puro, certamente più libero …

Potrebbe forse essere un esempio di modi di procedere mettendo in prima linea nel creare o la parte di se più emotiva/istintuale (che ovviamente nei bambini è predominante) o quella più strutturata e pensata?

A doverne preferire una tra le due, comunque, io non ho avuto dubbi.

Marco _ Per rispondere al quesito che mi poni quando ti interroghi sul doppio ruolo: artista/esperto d’arte (riferendoti al mio agire in fotografia e alla mia posizione di studioso o di esperto di questa disciplina), ti rispondo utilizzando un altro doppio ruolo che conosci bene anche tu, quello di madre che ama/educa le proprie figlie. Nel momento in cui ad agire è l’individuo che produce comunicazioni artistiche o che ama (produce comunicazioni amorose), quell’individuo è una persona, mentre l’esperto d’arte e la madre che educa sono dei ruoli sociali, che possono assumere anche delle forme personalizzate, ma solo perché vengono co-determinati da individui (ruoli) che sono anche delle persone.

Nella società contemporanea, che è differenziata per funzioni, ogni individuo può contribuire-partecipare alla comunicazione in diversi sistemi sociali (giuridico, economico, educativo, scientifico, ecc.) ma resta fuori dalla società. Il ruolo che siamo chiamati ad assumere in tali situazioni non può essere un unicum, non può riguardare l’individuo inteso come se esso fosse un “essere unico in assoluto”. Socialmente, l’individuo può solo assumere ruoli funzionali che sono diversi fra loro perché riferiti a sistemi sociali differenti funzionalmente. Soltanto se il sistema sociale a cui l’individuo porta il suo contributo è quello intimo delle comunicazioni familiari, amicali o amorose, ma anche nel sistema dell’arte, l’individuo assume una forma “personale”. L’identità individuale non può che essere costituita da differenti forme che, quindi, il singolo agisce nei diversi contesti comunicativi e solo quando egli si trova con se stesso (fuori dalla società) o nell’intimità comunicativa del sistema familiare, amicale, amoroso o anche nel sistema sociale dell’arte, assume una forma-identità personale, che è singola e specifica. Naturalmente, una singolare specificità contingente.

Mi chiedi un punto di vista su che cos’è l’arte. Agisco da ormai quarant’anni la comunicazione artistica e oggi dico che l’arte per me è una forma di comunicazione, quindi un modo di partecipare socialmente, che si occupa-tematizza-costruisce una dimensione personale della Bellezza. Se invece la domanda riguarda il significato che l’arte assume per me, la risposta non può che essere un’altra: è una tensione che orienta il mio agire personale verso una singolare conoscenza del Mondo (e di me stesso) e che, al tempo stesso, sento di voler condividere.

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A proposito dei due differenti interventi di “contaminazione” operati sulla fotografia che ho utilizzato per promuovere la mia mostra alla Galleria Comunale Santa Croce di Cattolica, penso che la libertà non sia maggiore quando c’è meno conoscenza, anzi credo che sia il contrario. Non è un caso che le espressioni pittoriche dei bambini siano tutte molto simili fra loro. Con questo non intendo dire che il tuo intervento è migliore o più libero di quello operato dalle tue figlie. Credo solo che sia diverso. Ciò che orienta le tue scelte (anche quelle creative) è il frutto di ciò che hai costruito in te rispetto alla società che hai esperito (la cultura). Ciò che invece ancora orienta le scelte “creative” delle tue bambine, oltre ad una più limitata forma di esperienza della società, è quella che un tempo definivo “Cultura bambina”; una specifica forma culturale che non distingue tra reale e fantastico, tra bene e male e che il divenire adulti annienta, in chi più e in chi meno, poco a poco, fino al raggiungimento dell’età adulta. Poi ci sarebbe da dire di quegli adulti che riescono a conservare molta o poca parte di quella loro “Cultura bambina” e che alcuni artisti esprimono questa cultura nell’arte, ma questa sarebbe un’altra storia. Un’ultima cosa. Molto spesso avere molta libertà, rispetto ad averne poca, è un limite piuttosto che una opportunità. Un amico poco tempo fa si pose retoricamente questa domanda: “è più facile scegliere dove parcheggiare in uno spazio totalmente vuoto oppure dove ci sono tante auto e solo pochi spazi vuoti?”.

Grazie Irene e buona lettura a tutti. Dimenticavo … anche io preferisco l’immagine prodotta dalle tue bambine.

Insieme ad Irene, scambiando parole.

O povo de Lisboa

Come ho scritto nel precedente post, mi è capitato di realizzare fotografie condividendo il momento della loro realizzazione insieme ad un amico. Una di queste occasioni è stata la visita alla città di Lisbona, a cui fino ad ora ho dedicato solo un’unica occasione, nel mese di marzo dell’anno 2013, quando la mia vita stava attraversando un periodo particolarmente positivo.

Si è trattato di un incontro orientato in modo specifico dalla fotografia; pensato ed organizzato pensando ad una rilevazione che potesse cogliere i tratti più significativi di questa città. Naturalmente, dal mio punto di vista. Ho attraversato Lisbona in lungo e in largo, a piedi e in tram, sempre in compagnia del mio amico. Eravamo entrambi molto concentrati sul luogo e sulla gente che abbiamo incontrato; mi sono focalizzato particolarmente sulla relazione tra questi due elementi e la percezione che ne ho ricavata è stata di leggerezza e grande armonia; una sintonia di toni, colori e forme che mi han fatto pensare a quando si dice: “quel cane assomiglia al suo padrone”. Così ho deciso di seguire questa mia percezione utilizzando la mia macchina fotografica, come fosse il prolungamento del mio occhio-mente; un ausilio necessario per registrare quanto la mia visione andava costruendo. Muovendomi in modo parallelo al mio amico, senza che ci si intralciasse l’un l’altro e senza particolari velleità se non quella di poter rilevare delle emergenze dettate da questa condizione, sono trascorsi i pochi giorni che avevamo a disposizione, in grande sintonia tra noi e con il luogo. Eravamo particolarmente emozionati dall’idea di trovarci a condividere questa esperienza, non solo visiva, in una città che fino ad allora ci era estranea, ma che facemmo subito nostra.

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Di questa città portoghese me ne avevano già parlato alcuni amici, ma soprattutto mio figlio Giovanni. Lui c’era stato in gita con la scuola e ne era rimasto molto colpito, in modo positivo. In quei nostri giorni a Lisbona il clima era piacevole, per chi come me ama il sole guardato dall’ombra e se è possibile alternarlo frequentemente con pioggia e vento. Naturalmente, per quanto possibile, abbiamo evitato il flusso turistico, così ho potuto osservare una realtà sociale e umana molto specifica, viva e solare, che nella sua semplicità, fatta anche di povertà, mantiene leggerezza e grande dignità. Ho inoltre rilevato una grande sintonia fra l’architettonica, la condizione urbanistica e le persone che ci vivono: tutti i cliché che conosciamo sui portoghesi e sul Portogallo vengono immediatamente all’occhio, ma così come appaiono in modo altrettanto veloce scompaiono, lasciando emergere innumerevoli altri aspetti del loro vivere, molto più imprevedibili ed inaspettati. Da ogni situazione, ogni angolo, anche banali, si percepisce un passato, una storia ed una grande cultura, un senso della vita molto profondo, fatto in modo particolare di bellezza, che appare ancora piuttosto esplicita, e di ricchezza, oggi entrambe entità confuse con i tratti della povertà, che è anche degrado, ma trova una nuova dimensione di realtà nell’ibridazione culturale e fisica che il tempo ha saputo determinare, comporre. Una condizione che non si mostra come problematica, perlomeno verso chi, come noi, arriva da altri luoghi, anche se la difficoltà del vivere si intuisce.

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Il luogo fisico di cui è fatta la città di Lisbona appartiene alla sua gente, è per la sua gente. Mi è sembrata come un fondale, un palcoscenico dove si viene a produrre, a manifestare, la vita di ogni singola persona. C’è poca attenzione alla cura delle cose fisiche, ma si percepisce che ce né molta per gli esseri umani. Ora vi mostro alcune delle fotografie che ho realizzato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’installazione che segue è stata realizzata presso la Galleria Comunale Santa Croce di Cattolica in occasione della mostra “Il ritratto come pretesto”, 8 Settembre / 7 Ottobre 2018

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O povo de Lisboa