Intruso

intruso / in’truzo / s. m. [part. pass. di intrudere] (f. -a). – [che si è introdotto dove non dovrebbe essere: cacciare gli i.] ≈ infiltrato. ‖ estraneo, sconosciuto. ↔ ‖ invitato. [⍈ ESTRANEO]

intruṡo s. m. (f. -a) [part. pass. di intrudere]. – che si è introdotto o si trova in luogo dove non dovrebbe essere, cui è estraneo, o che gode di un beneficio cui non ha diritto. Nel diritto canonico, era denominato i. chi s’impadroniva del beneficio ecclesiastico senza la provvisione canonica.

intruṡióne s. f. [der. di intrudere]. – 1. L’intrudere o l’intrudersi; introduzione, inserzione forzata, indebita, irregolare o furtiva, di chi senza diritto, senza merito o comunque non invitato o non gradito entri a far parte di un ambiente, di un gruppo di persone, s’inserisca in un’attività, e simili. 2. a. Con riferimento a cose materiali, penetrazione, infiltrazione di un corpo in una massa, e il corpo stesso che vi è penetrato. In particolare, con senso concreto, il termine è usato in petrografia per indicare masse magmatiche che si infiltrano nelle rocce sovrastanti, o anche, meno propriamente, rocce sedimentarie plastiche, deformate nella loro giacitura originaria in seguito a corrugamenti o ad altre cause tettoniche, che emergono tra formazioni più rigide di età più recente. b. Di cose astratte, interpolazione arbitraria, inserimento indebito.

intrusione / intru’zjone / s. f. [der. di intrudere]. – 1. a. [di persona, il penetrare in modo forzato o indebito in un luogo, anche con la prep. in: i. di un ladro in casa] ≈ infiltrazione, (non com.) intrufolamento. ‖ (non com.) introduzione, penetrazione. ↔ uscita (da). b. (estens.) [intervento per lo più indebito o molesto] ≈ [→ INTROMISSIONE (2)]. 2. (geol.) a. [il penetrare in una massa] ≈ infiltrazione, penetrazione. b. [massa magmatica che si infiltra nelle rocce sovrastanti] ↔ estrusione.

A volte diciamo: “è la natura!”, per dire che esistono forme di realtà rispetto alle quali la nostra volontà, la ragione, le norme sociali e i processi culturali non sono dominanti, né determinanti; forme di realtà, che non rispondono alla logica del senso, di cui invece è dotato il pensiero e anche la società. In natura, si presume vengano a prodursi accadimenti, che si autodeterminano biologicamente o attraverso processi chimico-fisici, che rispondono all’identità della vita/non vita.

Nonostante ciò, nell’ordine delle cose che si sono venute a determinare in questo nostro mondo, si pensa di poter controllare e determinare tutto, compresa la cosiddetta “natura”, quando invece scopriamo che s’intromettono, s’infiltrano, s’intrufolano, s’introducono, penetrano, si creano ingerenze, interferenze, intrusioni, invadenze, inframmettenze che contravvengono o si contrappongono a questo nostro ordine.

Ecco perché sono portato a credere che “in natura” esistano delle forze, che determinano in modo autonomo accadimenti non scelti, non decisi e, spesso, anche non desiderati dai sistemi dotati di senso; delle realtà che si vengono a determinare a prescindere da una volontà altra, da delle scelte, e che rispondendo soltanto a delle forze di autodeterminazione orientate alla vita, attribuiscono loro anche un valore di senso, nel sistema sociale e nei sistemi psichici.

Io, ho inteso farlo attraverso una comunicazione artistica, portando all’attenzione visiva un mio punto di vista “estetico”, che ho raccolto in un libro pubblicato nel 2017 da Pazzini Editore.

Intruso

In occasione del SiFest di Savignano sul Rubicone FC dello scorso anno ho presentato questo mio libro al pubblico ed ora lo presento a voi, mostrandovi le fotografie che raccoglie.

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Intruso

Insieme ad Irene, scambiando parole.

Irene _ Osservando il tuo “stare” con la fotografia nel tempo, un po’ alla volta, ho aggiunto, tolto, elaborato considerazioni sul tuo modo di viverla e di praticarla. Mi viene da dirti che riconosco quattro dimensioni che ti contraddistinguono: (1) del pensiero (la mente) che sia profondo, personale, critico, culturale (dimensione potente dentro di te); (2) della parola – spesso scritta – (comunicazione e confronto) che ami molto ed usi per descrivere ed entrare in relazione attraverso strumenti culturali fini ed una conoscenza ampia e precisa; (3) della ricerca che ti spinge ad essere curioso e ad esplorare anche nuove idee (non per forza tue); (4) delle immagini,  ovvero della Fotografia, la tua forma scelta per tracciare percorsi personali.

Tutte queste dimensioni si intrecciano continuamente, a volte qualcuna prende il sopravvento su altre, altre volte riescono a trovare un equilibrio tra loro e a bilanciarsi. Anni fa, quando ebbi l’occasione di conoscerti attraverso il progetto sul fiume Marecchia, da te proposto, dove il tuo sguardo sulle fotografie era mediatore e restituiva osservazioni e riflessioni critiche/costruttive sul materiale che mano a mano si condivideva e si produceva, rispetto a te mi chiesi come si riuscirà ad usare la fotografia come personale strumento di libertà creativa pur essendo esperti di comunicazione visiva?Dove il limite, dove la risorsa? C’è una corrispondenza o una non corrispondenza tra l’immagine realizzata e il pensiero elaborato dietro a quell’immagine? O forse dovrei chiederti … considerate le tue ampie conoscenze ed attitudini ad analizzare le immagini, c’è un pensiero elaborato dietro ad ogni immagine che scatti?

Marco _ Vedo che hai preso sul serio la mia proposta di scambiare parole. Come ho avuto modo di raccontare in diverse occasioni, ho iniziato a fotografare da autodidatta, con una Kodak Retinette che mi prestava all’occorrenza mio padre e poi, dal 1979, anno in cui decisi di affidarmi alla fotografia, dopo aver avuto l’occasione di fotografare una coppia di amici ed aver ricevuto il loro plauso sul risultato ottenuto (un fatto che mi permise di capire che potevo trovare delle affinità con questo mezzo d’espressione), con una Olympus OM1 che acquistai nel mese di settembre. Avevo vent’anni ed ero dotato di una istintività che mi permetteva di percepire cose senza comprenderne a fondo il motivo ed i significati, così decisi di affiancare ad essa lo studio e con esso una conoscenza più razionale, scientifica. Ti racconto questo per avvicinarmi gradualmente alle tue domande. Quella che tu indichi come la quarta dimensione che mi contraddistingue, in verità è stata la prima, quella da cui sono partito, ed è diventata la mia compagna di viaggio durante quelli che ad oggi sono quarant’anni di vita. La parola ed il pensiero sono strumenti che mi appartengono da sempre, nel senso che ho sempre investito molto su di essi, fino a comprendere che avrei dovuto arricchirli, renderli più performanti, tanto che ho deciso di affidarmi allo studio e alla ricerca della conoscenza, quella che non è nei cromosomi, ma che richiede impegno, dedizione, fatica, anche se piacevole. Se mi fosse interessato fare il fotografo, oppure l’artista, non sarebbe stato necessario, ma io volevo offrire a me stesso la possibilità di vivere scoprendo cose su di me e sugli altri, interrogando il quotidiano in modo non soltanto istintuale, ma anche in modo più consapevole e razionale. Ho deciso di affiancare la fotografia, come strumento, alla mia vita e goderne in tanti modi differenti fra loro. In fin dei conti a me è sempre interessato me stesso, sopra ogni cosa, oltre alla comprensione dell’Altro, sempre per lo stesso motivo. Mi sento vivo se attraverso le relazioni e se posso osservarle nella mia solitudine di uomo, debole, precario, ma anche presuntuoso e a volte arrogante.

La tua prima domanda sottintende l’idea che essere creativi con libertà significhi poter rispondere a quella parte di sé, che si viene ad affermare in modo inconsapevole, “naturale”, a prescindere dalle scelte culturali, che il proprio “sapere” condiziona in modo razionale. Io credo di essermi costruito una expertise sulla comunicazione visiva, a partire da una necessità originaria. Come potrebbero ostacolarsi, quindi, queste due dimensioni? Certo, è fondamentale non perdersi di vista, ma la persona di noi stessi, non è scindibile nelle sue “parti”, mantiene una complessità mutevole nel tempo, che trova forme di attualizzazione contingenti, dovute a scelte personali e al caso, ben amalgamati fra loro. La persona è proprio quel confine fra “limite” e “risorsa” a cui ti riferisci. Ci sono immagini, che a volte diventano fotografie, che esistono già in precedenza, nella mente, oppure che si costruiscono attraverso l’abbinamento strutturale con determinate comunicazioni. Ma ci sono anche fotografie che soltanto dopo essere state prodotte realizzano immagini e significati dentro di me. Si tratta di un continuo scambio, aperto, molto “libero”, disponibile ad essere tale, a prescindere da ciò che potrà produrre. Quindi, no, non c’è sempre un pensiero elaborato dietro ad ogni immagine che scatto, ma ogni fotografia che produco, e che ho prodotto in passato, è stata immagine oppure lo è diventata, in me, per me e, quando tutto va bene, anche per gli altri.

Irene _ L’aperta condivisione dei tuoi lavori e della tua storia così come la creazione di spazi critici sulla fotografia (il sociale) è un’altra parte che ti rappresenta. A me è venuta in mente la parola Contaminazione. E’ come se tu volessi contaminare, ma anche essere contaminato da visioni altre per ridarti forma nuova ogni volta, per ri-apparire a te stesso. Tu come vivi questi processi? Perché è vero, viviamo un contemporaneo dove tutto può essere di e per tutti. E forse anche la tua potrebbe essere semplicemente una modalità attuale di raccontarti … o è qualcosa di più? In un processo sul confine tra il poter modificare la visione delle proprie opere e il riconoscerne e farne conoscere l’esistenza alcune tracce restano, altre magari si trasformano … ti allego un omaggio alla contaminazione ..

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Cosa ne pensi?

Marco _ Non ti assomiglia, ma ti ci ritrovo … ti percepisco attraverso quel volto “pitturato” di ragazza. Se fossimo su FB o su Instagram, cliccherei “mi piace”. Ho sempre pensato che il copyright, al di là di essere una necessità per alcuni “creativi” per tutelare il proprio lavoro (da intendersi come ciò che permette di cibarsi), sia da abolire, dal momento che non credo possa esistere, oggi, un punto zero e tutto quello che produciamo, anche creativamente, necessita di tutto (o di una parte) di quanto è stato fatto in precedenza. Ogni produzione artistica (o creativa) è soltanto una contingenza temporale, che supera altre precedenti contingenze, aggiungendo ad esse qualche cosa, in attesa di essere anch’essa superata da altre contingenze che accadranno già domani. Ben venga quindi questo tuo appropriarti di questa mia fotografia, che ora è un’immagine pubblica, disponibile culturalmente per la creatività di ognuno.

Essere contaminato e contaminare, così come tu definisci il mio procedere, per me significa partecipare a forme ed opportunità di comunicazione il più possibile personalizzate, anche se riguardano tematiche artistiche o specificatamente legate alla fotografia. Solo attraverso la possibilità di abbinare strutturalmente il mio pensiero alla comunicazione mi è permesso di auto-definire e ridefinire continuamente la mia identità personale, come dici tu, ridando forma nuova ogni volta a me stesso, per riapparire a me stesso in un modo che sia continuamente soddisfacente, a prescindere dai contenuti e dalle forme di ciò che appare. Diciamo che questi processi sono il mio modo di vivere e mi appagano, molto, in diverse circostanze, come in altre diventano molto frustranti, soprattutto quando mi accorgo di essere da solo nel perseguire questo approccio.

Irene _ Devo dirti che quando ero più giovane ero infastidita nel sentir parlare di intenti creativi altrui attraverso citazioni legate ad artisti, letterati, filosofi … mi sembrava una forzatura e un dover delineare a tutti i costi tramite tracce conosciute strade invece appena tracciate. Soprattutto mi sembrava un’ostentazione del proprio sapere, che spesso poteva primeggiare a discapito di un valore originale-soggettivo, che l’opera altrui in questione poteva trasmettere nel suo complesso.

Nel tempo ho bilanciato questo pensiero, nel senso che ho capito l’equilibrio fondamentale di tutte queste parti, quella critica/culturale, quella emotiva, quella più semplicemente descrittiva nell’osservare e tradurre un opera o un operato. Ci tengo a sottolineare che in ogni caso ho sempre sostenuto fortemente il sapere, l’approfondimento culturale, ricchezze fondamentali per potersi rendere aperti alla vita, agli altri e a se stessi.

Detto questo la mia domanda “come si riuscirà ad usare la fotografia come personale strumento di libertà creativa pur essendo esperti di comunicazione visiva? Dove il limite, dove la risorsa?” si riferiva in realtà ai due ruoli che inevitabilmente investi, alternandoli o intrecciandoli tra loro, di colui che crea e di colui che analizza e sapientemente “descrive” ciò che viene da altri creato: come essere un critico d’arte ed insieme un’artista per intenderci. Troppo facile? O più difficile?

Nel mio pensiero molto personale, l’arte è la possibilità di arrivare attraverso un percorso mutevole e in movimento all’essenziale.  Io sono per il togliere, per “il poco” … questo è il mio punto di vista, legato al mio senso di ricerca. Quale il tuo?

A proposito, invece, di contaminazioni: la prima tua fotografia rivisitata con acquarello l’ho fatta io. Mentre la dipingevo ogni pennellata era cauta, leggera, come a cercare di non violare troppo la delicatezza che sentivo nei tratti di quella ragazza. La seconda rivisitazione – che personalmente ho trovato sorprendente – l’hanno dipinta insieme le mie figlie di 4 e 5 anni e mezzo.  Quando l’ho vista ha avuto un impatto potente su di me. Successivamente è stato interessante mettere a confronto questi due risultati. Il mio, ottenuto da un modo “pensato”, misurato, (se vogliamo già precedentemente ampiamente contaminato), anche se non sviluppato attraverso precisi obiettivi/intenti. Il loro, ottenuto da un flusso molto più pulito, puro, certamente più libero …

Potrebbe forse essere un esempio di modi di procedere mettendo in prima linea nel creare o la parte di se più emotiva/istintuale (che ovviamente nei bambini è predominante) o quella più strutturata e pensata?

A doverne preferire una tra le due, comunque, io non ho avuto dubbi.

Marco _ Per rispondere al quesito che mi poni quando ti interroghi sul doppio ruolo: artista/esperto d’arte (riferendoti al mio agire in fotografia e alla mia posizione di studioso o di esperto di questa disciplina), ti rispondo utilizzando un altro doppio ruolo che conosci bene anche tu, quello di madre che ama/educa le proprie figlie. Nel momento in cui ad agire è l’individuo che produce comunicazioni artistiche o che ama (produce comunicazioni amorose), quell’individuo è una persona, mentre l’esperto d’arte e la madre che educa sono dei ruoli sociali, che possono assumere anche delle forme personalizzate, ma solo perché vengono co-determinati da individui (ruoli) che sono anche delle persone.

Nella società contemporanea, che è differenziata per funzioni, ogni individuo può contribuire-partecipare alla comunicazione in diversi sistemi sociali (giuridico, economico, educativo, scientifico, ecc.) ma resta fuori dalla società. Il ruolo che siamo chiamati ad assumere in tali situazioni non può essere un unicum, non può riguardare l’individuo inteso come se esso fosse un “essere unico in assoluto”. Socialmente, l’individuo può solo assumere ruoli funzionali che sono diversi fra loro perché riferiti a sistemi sociali differenti funzionalmente. Soltanto se il sistema sociale a cui l’individuo porta il suo contributo è quello intimo delle comunicazioni familiari, amicali o amorose, ma anche nel sistema dell’arte, l’individuo assume una forma “personale”. L’identità individuale non può che essere costituita da differenti forme che, quindi, il singolo agisce nei diversi contesti comunicativi e solo quando egli si trova con se stesso (fuori dalla società) o nell’intimità comunicativa del sistema familiare, amicale, amoroso o anche nel sistema sociale dell’arte, assume una forma-identità personale, che è singola e specifica. Naturalmente, una singolare specificità contingente.

Mi chiedi un punto di vista su che cos’è l’arte. Agisco da ormai quarant’anni la comunicazione artistica e oggi dico che l’arte per me è una forma di comunicazione, quindi un modo di partecipare socialmente, che si occupa-tematizza-costruisce una dimensione personale della Bellezza. Se invece la domanda riguarda il significato che l’arte assume per me, la risposta non può che essere un’altra: è una tensione che orienta il mio agire personale verso una singolare conoscenza del Mondo (e di me stesso) e che, al tempo stesso, sento di voler condividere.

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A proposito dei due differenti interventi di “contaminazione” operati sulla fotografia che ho utilizzato per promuovere la mia mostra alla Galleria Comunale Santa Croce di Cattolica, penso che la libertà non sia maggiore quando c’è meno conoscenza, anzi credo che sia il contrario. Non è un caso che le espressioni pittoriche dei bambini siano tutte molto simili fra loro. Con questo non intendo dire che il tuo intervento è migliore o più libero di quello operato dalle tue figlie. Credo solo che sia diverso. Ciò che orienta le tue scelte (anche quelle creative) è il frutto di ciò che hai costruito in te rispetto alla società che hai esperito (la cultura). Ciò che invece ancora orienta le scelte “creative” delle tue bambine, oltre ad una più limitata forma di esperienza della società, è quella che un tempo definivo “Cultura bambina”; una specifica forma culturale che non distingue tra reale e fantastico, tra bene e male e che il divenire adulti annienta, in chi più e in chi meno, poco a poco, fino al raggiungimento dell’età adulta. Poi ci sarebbe da dire di quegli adulti che riescono a conservare molta o poca parte di quella loro “Cultura bambina” e che alcuni artisti esprimono questa cultura nell’arte, ma questa sarebbe un’altra storia. Un’ultima cosa. Molto spesso avere molta libertà, rispetto ad averne poca, è un limite piuttosto che una opportunità. Un amico poco tempo fa si pose retoricamente questa domanda: “è più facile scegliere dove parcheggiare in uno spazio totalmente vuoto oppure dove ci sono tante auto e solo pochi spazi vuoti?”.

Grazie Irene e buona lettura a tutti. Dimenticavo … anche io preferisco l’immagine prodotta dalle tue bambine.

Insieme ad Irene, scambiando parole.

O povo de Lisboa

Come ho scritto nel precedente post, mi è capitato di realizzare fotografie condividendo il momento della loro realizzazione insieme ad un amico. Una di queste occasioni è stata la visita alla città di Lisbona, a cui fino ad ora ho dedicato solo un’unica occasione, nel mese di marzo dell’anno 2013, quando la mia vita stava attraversando un periodo particolarmente positivo.

Si è trattato di un incontro orientato in modo specifico dalla fotografia; pensato ed organizzato pensando ad una rilevazione che potesse cogliere i tratti più significativi di questa città. Naturalmente, dal mio punto di vista. Ho attraversato Lisbona in lungo e in largo, a piedi e in tram, sempre in compagnia del mio amico. Eravamo entrambi molto concentrati sul luogo e sulla gente che abbiamo incontrato; mi sono focalizzato particolarmente sulla relazione tra questi due elementi e la percezione che ne ho ricavata è stata di leggerezza e grande armonia; una sintonia di toni, colori e forme che mi han fatto pensare a quando si dice: “quel cane assomiglia al suo padrone”. Così ho deciso di seguire questa mia percezione utilizzando la mia macchina fotografica, come fosse il prolungamento del mio occhio-mente; un ausilio necessario per registrare quanto la mia visione andava costruendo. Muovendomi in modo parallelo al mio amico, senza che ci si intralciasse l’un l’altro e senza particolari velleità se non quella di poter rilevare delle emergenze dettate da questa condizione, sono trascorsi i pochi giorni che avevamo a disposizione, in grande sintonia tra noi e con il luogo. Eravamo particolarmente emozionati dall’idea di trovarci a condividere questa esperienza, non solo visiva, in una città che fino ad allora ci era estranea, ma che facemmo subito nostra.

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Di questa città portoghese me ne avevano già parlato alcuni amici, ma soprattutto mio figlio Giovanni. Lui c’era stato in gita con la scuola e ne era rimasto molto colpito, in modo positivo. In quei nostri giorni a Lisbona il clima era piacevole, per chi come me ama il sole guardato dall’ombra e se è possibile alternarlo frequentemente con pioggia e vento. Naturalmente, per quanto possibile, abbiamo evitato il flusso turistico, così ho potuto osservare una realtà sociale e umana molto specifica, viva e solare, che nella sua semplicità, fatta anche di povertà, mantiene leggerezza e grande dignità. Ho inoltre rilevato una grande sintonia fra l’architettonica, la condizione urbanistica e le persone che ci vivono: tutti i cliché che conosciamo sui portoghesi e sul Portogallo vengono immediatamente all’occhio, ma così come appaiono in modo altrettanto veloce scompaiono, lasciando emergere innumerevoli altri aspetti del loro vivere, molto più imprevedibili ed inaspettati. Da ogni situazione, ogni angolo, anche banali, si percepisce un passato, una storia ed una grande cultura, un senso della vita molto profondo, fatto in modo particolare di bellezza, che appare ancora piuttosto esplicita, e di ricchezza, oggi entrambe entità confuse con i tratti della povertà, che è anche degrado, ma trova una nuova dimensione di realtà nell’ibridazione culturale e fisica che il tempo ha saputo determinare, comporre. Una condizione che non si mostra come problematica, perlomeno verso chi, come noi, arriva da altri luoghi, anche se la difficoltà del vivere si intuisce.

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Il luogo fisico di cui è fatta la città di Lisbona appartiene alla sua gente, è per la sua gente. Mi è sembrata come un fondale, un palcoscenico dove si viene a produrre, a manifestare, la vita di ogni singola persona. C’è poca attenzione alla cura delle cose fisiche, ma si percepisce che ce né molta per gli esseri umani. Ora vi mostro alcune delle fotografie che ho realizzato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’installazione che segue è stata realizzata presso la Galleria Comunale Santa Croce di Cattolica in occasione della mostra “Il ritratto come pretesto”, 8 Settembre / 7 Ottobre 2018

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O povo de Lisboa

Io, la fotografia e Te

Come ho già detto e scritto in diverse altre occasioni, non mi piace essere definito un fotografo. Preferisco essere osservato come una persona che utilizza la fotografia, per interagire ed interrogarsi su di sé e sul “mondo”. La fotografia mi piace, molto, ma non è una mia passione. L’unica mia passione è la conoscenza e con essa la vita. Piuttosto, credo che il mio incontro con la fotografia sia stato un evento fortuito da cui ho ricavato la capacità e la possibilità di osservare e di essere osservato in modo singolare e mediato positivamente. Avere in mano uno strumento tecnologico come la macchina fotografica ha significato infatti potersi avvalere, in vari modi, di un potente medium. I processi e gli accadimenti che mi accompagnano mentre fotografo, prima che questo accada, durante e anche dopo, quando si tratta di mettere mano alle immagini, è ciò di cui vorrei occuparmi, per individuare una mia specificità e comprenderne il significato, anche attraverso il coinvolgimento e la collaborazione di un’amica, che mi conosce dai tempi della prima adolescenza, quando vivevo a Fano, la mia città natale.

Marco_ Esistono delle circostanze in cui il mio agire artistico si produce attraverso interventi di natura fotografica, in cui ho ben chiaro nella mente, sin dall’inizio, quale risultato intendo ottenere, ma questo non accade sempre. Nel mio procedere con la fotografia, molto più spesso assumo un atteggiamento spontaneo e rispondo in modo intuitivo ed approssimativo; seguo stimoli emozionali oppure idee poco definite.

La circostanza che intendo sottoporre all’attenzione in questa circostanza è quella che mi vede intraprendere un’azione fotografica in luoghi che non conosco, generalmente dei luoghi non esotici: centri urbani e periferie di città, dove incontro abitazioni, strade e spazi verdi, oltre al normale spostamento della gente che ci vive. Luoghi che decido di prendere in esame, di attraversare, in alcuni casi da solo, ma molto più spesso insieme ad un’altra persona, che fotografa anch’essa al mio fianco. Dei luoghi a cui mi approccio attraverso lo sguardo mediato dalla macchina fotografica. Come dicevo, mi capita di farlo anche da solo, ma più spesso mi sono trovato insieme ad una seconda persona. Non una persona qualunque, non una persona a caso. In particolare, si tratta di un amico, uno specifico ed unico amico, sempre lo stesso, con cui mi è possibile farlo per la profonda conoscenza che esiste fra noi, sebbene ci caratterizzi una sana diversità, che entrambi riconosciamo e rispettiamo, molto, oppure di una ragazza (veramente si tratta di una donna), con cui ho condiviso un periodo molto significativo della mia vita. Per farvi comprendere la rilevanza di queste sinergie devo premettere che la dimensione dialogica è quella che mi permette da sempre di cogliere le idee migliori e di elaborarne di molto personali. Ho un approccio concettuale piuttosto speculativo, che si nutre del pensiero e del fare altrui, quindi partecipare insieme ad altre persone è per me molto significativo e prolifico. In questo caso non mi riferisco a discussioni o riflessioni teoriche, ma a delle situazioni partecipate, seppure in modo molto differente l’una dall’altra, che mi hanno permesso di trovare la giusta attenzione verso i luoghi attraversati e un’adeguata sintonia con la fotografia. Una partecipazione che si è potuta tradurre in specifiche soddisfacenti fotografie, appunto, proprio perché mi sono trovato a realizzarle insieme a loro.

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Arles 2013

Trovarmi insieme a delle persone così significative mi ha permesso d’incontrare una maggiore sintonia con il luogo da fotografare, perché l’idea di essere osservato durante il mio agire, da persone a loro modo interessate a me e alla fotografia, mi ha portato ad esprimermi al meglio. Quando sono solo, il mio girovagare e il conseguente fotografare è molto più discreto, sono quasi invisibile nel mio approccio, come se volessi mantenere integra quella mia solitudine. Se invece mi trovo insieme ad una di queste due persone, porto dentro anche il loro sguardo su di me, la loro presenza, a cui mi sento di rendere conto attraverso il mio agire fotografico. In questi casi, mostro me stesso con maggiore evidenza e anche la mia discrezione lascia spazio ad una esuberanza che è dovuta ad un agire maggiormente consapevole, partecipato e concentrato su se stesso.

Stefania_ E’ vero Marco, ti conosco dai tuoi “effervescenti” 17 anni. In un primo momento, ti ho notato per quegli aspetti della tua personalità che ti caratterizzavano come un essere brillante, esuberante, quasi privo di inibizioni, egocentrico, provocatorio e a volte aggressivo nelle tue modalità verbali. Un ragazzo fuori dagli schemi, anticonformista, con idee “rivoluzionarie” quando contestavi le falsità e le ipocrisie su cui si basavano alcuni comportamenti sociali. Rivoluzionario verso il futuro ma fermo su valori tradizionali (la famiglia, l’amore, l’amicizia, l’onestà …). I tuoi colori erano il Bianco e il Nero; nessuna sfumatura di grigio. Così eri anche tu per gli altri: Bianco per chi ti apprezzava e Nero per chi ti respingeva; mai grigio per nessuno. Poi ho avuto la possibilità di conoscere meglio altre parti di te, più intime: la profonda sensibilità, la capacità di riconoscere ed esprimere le tue emozioni e insicurezze, il saper “filosofare” sulla e con la vita e i repentini passaggi da una forte e pura impulsività ad una spiazzante razionalità. Ho scoperto anche altri tuoi colori: l’Azzurro della religione e il Rosa dell’amore. Questo eri tu per me!

Ricordo molto bene quando hai iniziato a fotografare. Tu e la tua macchina fotografica eravate inseparabili e da allora è stata una convivenza molto proficua. Come dici tu, la fotografia per te non è un fine ma un mezzo per osservare il mondo. Questa affermazione mi riporta alla teoria della psicoanalisi, secondo la quale, la fotografia si porrebbe come medium tra la realtà psichica e realtà psicologica. La macchina avrebbe il potere di collegare chi fotografa con il mondo esterno, attraverso un processo di introiezione, fissando l’oggetto e il rapporto con esso prima nell’obiettivo, poi nello scatto e infine sulla carta.

In poche parole, colui che sceglie di scattare una fotografia, si concede la possibilità di uscire fuori di sé, attivare un collegamento tra il suo mondo interiore e ciò che lo circonda compiendo un atto di Ri-produzione e Ri-creazione. Questo è, secondo me, il vero aspetto artistico della fotografia: ogni volta che osserviamo qualcosa e decidiamo di appropriarcene con uno scatto, non la riproduciamo semplicemente ma la restituiamo come creazione mentale, esclusivamente Nostra!

Chi osserva un’immagine fotografica dovrebbe compiere lo stesso doppio moto di chi ha fotografato, dall’esterno all’interno e poi di nuovo all’esterno, ognuno proiettando i propri vissuti e le proprie emozioni per dar luogo, inevitabilmente, a significati simili o diversi.

Un altro punto del tuo scritto che mi ha colpita è quando dici “l’idea di essere osservato … mi ha aiutato ad esprimermi al meglio“. Riflettendoci, anche qui intravvedo un moto circolare nella dinamica del dentro-fuori. Tu, sei il punto da cui tutto parte e tutto torna modificato. Tu, osservi un dato soggetto dalla tua prospettiva che, se condivisa con altri (i tuoi amici intimi – il fuori) assume un significato più intenso e più corrispondente al tuo mondo interno (- il dentro). Queste dinamiche circolari tra noi e gli altri attivano energie positive in quanto creano un allineamento tra il sé di cui siamo coscienti dentro di noi e il sé che di noi vedono gli altri. Ci Ri-conosciamo e con ciò rafforziamo la nostra identità e autostima. Condividere momenti importanti della nostra vita, seppur in fotogrammi, con chi crede in noi è “porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore” (Henry Cartier-Bresson).

Marco_ Grazie Stefania, per questo tuo contributo. Nei prossimi post mostrerò alcuni tra i risultati prodotti in questi miei “viaggi” di fotografia, dove mi trovavo in compagnia di queste due persone. Sono loro che mi hanno fotografato mentre stavo fotografando, nelle due foto mostrate sopra, una realizzata in Sicilia, a Piana degli Albanesi, e la seconda ad Arles in Francia. Mi piacerebbe poter continuare ad interloquire su questo argomento con chi avrà modo di leggere il post, quindi attendo di leggervi.

Io, la fotografia e Te

Per un giorno, Turista a San Marino

Oggi, ma ormai è così da diverso tempo, il sistema sociale dell’Arte considera al proprio interno, come una parte rilevante e particolarmente significativa di sé, il mercato dell’Arte. A mio parere, dal momento che il codice che orienta la comunicazione del mercato dell’Arte è il Denaro, si dovrebbe invece considerare tale comunicazione del sistema dell’Economia, distinguendo così il valore economico delle opere d’arte da quello artistico. Scrivo questo perché si tratta di una realtà che sta generando equivoci tra gli addetti ai lavori, in particolare tra molti fotografi ed artisti giovani.

Quello che credo dovrebbe essere più chiaro è che questi due “valori” sono effettivamente differenti, anche se nel mercato dell’Arte si trovano spesso ad essere sovrapposti. Una delle ragioni di ciò è una certa forma di “collezionismo”, che orienta il mercato, o meglio, di collezionisti, che non si muovono per “amore dell’Arte”, ma che intravvedono nell’opera d’arte un significato (un valore) economico – appunto –, perché questo bene viene ritenuto essere un rifugio oppure un investimento per il loro denaro. In questo modo si è venuta a costruire l’idea che al valore economico equivalga quello artistico delle opere d’arte e viceversa. Niente di più falso e fuorviante.

Ho introdotto questo post trattando questo argomento, perché vorrei utilizzarne la similitudine con un altro. Penso al rapporto di altrettanta equivalenza che si è venuto a determinare fra il Turismo e il Viaggio. Turisti e viaggiatori costruiscono entrambi, tramite le proprie pratiche turistiche e di viaggio, delle esperienze, che si trasformano sul piano individuale in emozioni e in conoscenze, mentre sul piano sociale in forme culturali. Anche in questo caso, però, parliamo di due ambiti molto diversi fra loro, anche se, in apparenza, per ciò che attiene un certo modo di concepirli, perlopiù legato al senso comune, possono apparire come sovrapponibili. Marc Augè scriveva a tal proposito: “il turista consuma la propria vita, il viaggiatore la scrive” e in questo modo certificava l’esistenza di questa abitudine ad associare le due cose, mostrandone però la differenza sostanziale. Questo per dire che troppo spesso esistono situazioni sociali equivoche, che ci condizionano in modo fuorviante.

San Marino è il luogo dove vivo da quasi trent’anni. Una località singolare per interesse storico e paesaggistico, che ispira l’idea del “viaggio” in tante persone che vivono in altri luoghi, vicini e lontani. Purtroppo però, troppo spesso, nei fatti, si rivela essere soltanto una meta turistica. Cercando quindi di mantenere all’orizzonte la differenza indicata da Marc Augè, ho inteso riflettere su questa specifica situazione e nell’anno 2011 ho esposto il risultato di questa mia riflessione, tradotta in un’opera fotografica realizzata alcuni anni prima.

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San Marino è una piccolissima Repubblica posizionata all’interno del territorio italiano, o meglio, con tutt’intorno il territorio italiano. Possiede una storia antichissima e un paesaggio che offre la vista del mare, da un lato, e del Montefeltro, dall’altro. “Tre penne” molto suggestive, dove sono posizionate le tre torri medioevali, si ergono sul monte che sembra essere nato da un cataclisma geologico e che offre un’immagine di sé molto suggestiva allo sguardo. Parliamo quindi di un’allettante meta “di viaggio” per molte persone di diversi luoghi.

Poi, però, il “viaggio” a San Marino si traduce nella stragrande maggioranza dei casi in una visita turistica, il cui percorso è lo stesso per tutti, generalizzato e standardizzato, sia che si arrivi con l’autobus, quindi in gruppo, piuttosto che lo si faccia in automobile, da soli, in coppia, con pochi amici o con la famiglia. Una visita da consumare in giornata, un “mordi e fuggi” di sguardi veloci durante il tragitto che indica i luoghi storici, corredati da negozi dozzinali, dove poter acquistare dei souvenir, e dai bar dove rifocillare il corpo sottoposto allo sforzo delle inevitabili salite di cui è costituito il percorso.

Dicono tutti che San Marino sia “bella”, ma sinceramente non ho mai capito perché utilizzare questo aggettivo, quando a pronunciarlo sono dei turisti, appunto, che la visitano in questo modo banale e stereotipato. Probabilmente sono io a non capire la situazione. È una mia incapacità. Del resto, che cosa ci si può aspettare da una persona che crede nell’Arte e non nel suo Mercato?

Per un giorno, Turista a San Marino

Come le lucciole

Quando penso alla funzione sociale della Politica, ovvero all’esercizio del potere nell’attività di organizzazione e amministrazione della vita pubblica, e all’impoverimento che questa ha mostrato negli ultimi decenni, in particolare, per quanto riguarda gli interpreti, le idee e le capacità che ne sono conseguite, comprendo perché l’Arte abbia sviluppato al suo interno anche questa prerogativa, sebbene solo come uno dei tanti temi, uno dei contenuti possibili, nella forma della Bellezza, con lo spirito di offrire spunti di riflessione; un’operazione che appare poter essere politica, ma che non esprime azioni dirette, volte a determinare l’organizzazione e l’amministrazione della nostra vita pubblica, ma solo una comunicazione percepibile visivamente su determinati specifici argomenti di natura politica.

Mi occupo della Fotografia da quasi quarant’anni e nella mia riflessione artistica, a volte, anch’io ho introdotto degli elementi che hanno portato all’attenzione temi e contenuti di natura politica.

Questa vuole essere l’occasione per mostrarvi alcune mie opere di questo genere.

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Nel mese di giugno del 1998, Antonella Micaletti presentò una serie di artisti, tra cui il sottoscritto, nella mostra “Omnia Mutantur – Cantieri creativi nel territorio marchigiano”, che si è tenuta  all’aperto, in diversi spazi della città di Pesaro.

Il mio intervento, dal titolo “Umwelt, Welt und Milieu”, consisteva in una riflessione politica, appunto, e culturale sul rapporto tra centro e periferia, in un momento in cui si iniziava ad intravvedere il dissolvimento di questo confine.

L’operazione consisteva 1. nel posizionamento di due fotografie di piazza del Popolo di Pesaro sulle plance esterne alla chiesa di Pozzo Alto, una frazione nella periferia della città; 2. nell’installazione sulla panchina sottostante il Monumento ai Caduti , posizionata nel centro della città, nell’angolo tra piazzale Collenuccio e via Rossini, di tre mie fotografie riproducenti il monumento stesso e l’opera di scavo messa in atto sotto l’autostrada che passa a Pesaro; 3. un testo che presentava l’intero lavoro appeso ad un albero in un parco pubblico qualunque, senza indicare nessun altro riferimento.

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Nel 2011 venni invitato da Daniele Cinciripini, photo editor della rivista “Primapersona – Percorsi autobiografici” a presentare un lavoro sul tema “Che Patria?”, poi pubblicato nel numero 24 della rivista, nel mese di giugno dello stesso anno.

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In questo caso la mia fu una riflessione politico-amministrativa, svolta in chiave estetica e concettuale, sul mio stato di italiano residente all’estero, in rapporto all’idea che ho della patria.

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Tempo fa lessi “Come le lucciole. Una politica della sopravvivenza” di Georges Didi-Huberman; una riflessione che prende spunto da un articolo scritto da Pier Paolo Pasolini, nel 1975, sul Corriere della sera. Un libro in cui viene riconosciuto il pensiero del poeta, scrittore e regista italiano, ma che ne mostra anche il punto cieco: “che la barbarie non procede senza intoppi; che mettere avanti la rovina del tutto oscura i barlumi che resistono malgrado tutto; che chiudersi nel lutto per l’arcaico paralizza l’intelligenza del presente”. Georges Didi-Huberman non crede, infatti, alla totale scomparsa delle lucciole. Quel loro battito luminoso, a suo parere, non è un miraggio dettato dalla memoria, ma l’immagine costante della verità unita alla bellezza, che oggi possiamo intravvedere, ad esempio, in alcune opere d’Arte. Una metafora, quella degli insetti portatori di luce, che il filosofo francese utilizza per dirci che è il nostro sguardo ad essere cambiato, non le lucciole ad essere scomparse: “siamo noi a non saper vedere il loro luccicare tenue e poetico, abbagliati dal frastuono visivo del flusso di immagini che quotidianamente ci acceca”. La ricerca di questa apparizione fugace che rischiara le tenebre è un’attitudine che interviene nel mondo e si afferma come atto politico, anche attraverso la forma artistica. In questa logica, certe operazioni agirebbero come le lucciole: portatrici di una volontà di rischiarare il reale, dissolvendone le ombre e proponendoci un’alternativa ai dogmi visivi imperanti. Così, anch’io, nel mio piccolo, con queste e anche altre fotografie che non ho mostrato, ho inteso spingere l’osservatore ad interrogarsi attraverso la modalità dello sguardo, per riappropriarsi del momento presente – punto generatore del passato e del futuro – e intervenire nelle pieghe del reale alla ricerca di quelle strade parallele dove ancora brillano, misteriose, le lucciole.

 

Come le lucciole

Ci sono luoghi #3

.. eppure era già capitato, anche se una volta soltanto ed in modo diverso, quando stavamo attraversando ancora il tempo delle parole.

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Dopo quel momento di confronto e chiarimento, riuscimmo a trovare il nostro tempo insieme. Non solo quello delle parole.

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Avevamo il tempo. Noi lo avevamo. Così dicevamo.

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Con queste parole e con le ultime immagini pubblicate smetterò di mostrarvi l’evolversi di “Ci sono luoghi”. Un tentativo ancora goffo, lo capisco, di stare insieme, dentro al mio dolore, dentro al mio amore.

So bene di essere stato frenetico, compulsivo, nel riappropriarmi di una dimensione vissuta in modo totale e poi persa. Ho voluto condividerla presentandola sul blog per poterla portare a valore. Ma non è questo il modo di rispettare la forma che conosco per esprimere me stesso, ciò che provo, ciò che sono e soprattutto il tempo trascorso insieme. Non è questo il modo di trattare la fotografia, che anche lei ama utilizzare.

Vi prometto – ed è una promessa che in primo luogo faccio a me stesso -, che per rispettare e condividere l’amore che mi porto dentro darò il meglio di me stesso. Lo farò con il tempo che serve. Lo farò, continuerò a farlo, perché è questo che sono, che voglio, che posso.

Vi presenterò tutto il lavoro completo, quando sarà giunto il suo tempo. In altro luogo.

Ci sono luoghi #3